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Vuoi ridurre il pregiudizio? Prova la delicatezza



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Traduzione di Daniel Iversen, Andrea Taeggi e Vincenzo Barbato

Una squadra guidata dal ricercatore UA, Jeff Stone, ha cercato di espandere ciò che si sa nelle strategie di riduzione del pregiudizio, scoprendo che una chiave da usare di fronte a un individuo con dei pregiudizi è quella di fargli delle domande retoriche e riflessive (self-affirming questions)
Provate questo: la prossima volta che siete messi a confronto con un individuo con dei pregiudizi (con dei bias) e sentite il bisogno di colpirlo, provate a scegliere un approccio più acuto.
Il ricercatore Jeff Stone, della University of Arizona, ha guidato un team per studiare gli individui che hanno pregiudizi nei confronti degli arabo-americani.
Il gruppo ha riscontrato che persone con forti pregiudizi sono più soggette a cogliere le ingiustizie, provare empatia e senso di colpa, se però prima venivano loro rivolte domande che implicavano una conferma di se stessi, invece di scegliere una strada che implicava avere una conversazione più diretta sul tema dei pregiudizi.
"Quando un bersaglio si sente discriminato, l'ultima cosa che vuole è di far star bene con se stessa la persona con pregiudizi contro di lui" dice Stone, professore associato di psicologia sociale presso la UA psychology department.
Chiedere però domande retoriche e riflessive non è una questione di rendere più amichevoli gli individui bersaglio agli occhi del “pregiudizioso”, ma è questione di entrare nel subconscio di quest’ultimo, e fornire quindi una prospettiva prima che emerga della tensione.
Lo studio e i suoi risultati sono stati pubblicati in un articolo a cura di due autori, che si intitola "Thanks for asking: Self-affirming Questions Reduce Backlash when Stigmatized Targets Confront Prejudice", nella rivista "Journal of Experimental Social Psychology"

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Federico Pistono, fondatore ed ex coordinatore del Movimento Zeitgeist Italia, parla di automazione e disoccupazione tecnologica.

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Non siamo il 99%, ma il 100%



Fonte 
Traduzione di Andrea Taeggi, Daniel Iversen e Vincenzo Barbato

È diventata un’opinione corrente che siamo noi, il 99%, contro di loro, l’1% e nonostante all’apparenza sembrerebbe proprio sia così, se ci sforziamo ad osservare la situazione più da vicino, diventa evidente che non lo è.
Ora, è chiaro che c'è un accordo del sistema bancario internazionale atto a controllare il nostro sistema politico, grandi società su scala globale che corrompono l’arena politica manovrando i nostri cosiddetti rappresentanti eletti, trattandoci come poco più che bestiame con lavori insoddisfacenti e poco remunerativi, vendendoci spazzatura creata per rompersi nel breve termine, con poco o nessun interesse per noi o per il nostro ambiente. Il cosiddetto 1% ha come unico scopo il profitto, il potere e il controllo. Non ho niente da ridire al riguardo.
Ciononostante, vorrei suggerire che coloro etichettati come l’1% sono in realtà parte del 100% e manifestano comportamenti che il nostro modello sociale ha rinforzato in maniera molto efficace e ricompensato lungo tutta la loro vita.
Se si picchia un cane, l’ambiente violento insegna al cane a compiere per primo abusi e noi esseri umani non siamo diversi, pensateci. Siamo stati cresciuti ed educati a competere tra di noi, a prendere i voti migliori a scuola, così da essere premiati con borse di studio e lavori ben pagati. Colui che riesce meglio a rigurgitare quelle schifezze anestetizza-menti che ci vengono insegnate durante la nostra adolescenza prende i voti più alti, prende una borsa di studio per entrare nelle scuole più prestigiose e finisce per avere lavori altamente remunerati. Non che ci siano poi così tanti lavori disponibili, a prescindere da quelli meglio pagati, al giorno d’oggi. 

Industrie petrolifere pagano esperti di comunicazione per screditare surriscaldamento climatico



Oggi con Internet abbiamo accesso a una mole di informazioni tale che è difficile rendercene conto e a dire il vero non siamo nemmeno preparati a gestire tutti questi dati. Dagli albori dell'umanità non ci siamo mai affacciati a tutta questa conoscenza, disponibile a tutti, relativamente gratis. Un bambino povero di uno slum indiano collegato via wi-fi con il suo tablet da 20€ ha oggi la possibilità di accedere a più informazioni di quanto poteva fare il presidente Kennedy con tutto il suo potere cinquant'anni fa.
Il problema è che pochi di noi sono realmente preparati a filtrare le notizie vere da quelle fuorvianti o addirittura false. Semplicemente non ci è mai stato insegnato a gestire tutte queste notizie. Qui sorge il problema della grande disinformazione che c'è per esempio sulla questione del cambiamento climatico. Troppe notizie, spesso che dicono cose contrastanti.
In questo ottimo articolo tradotto dalla rivista "internazionale", originariamente pubblicato sul giornale tedesco "Zeit", viene smascherato un grande e reticolato meccanismo di disinformazione su quest'argomento, finanziato dalle aziende petrolifere e perpetuato dai maestri di comunicazione e di pressione sull'opinione pubblica.

Per fortuna in nostro soccorso c'è il metodo scientifico e la possibilità, con criterio e razionalità, di arrivare alla verità e farsi un'idea più chiara sulle questioni più controverse.

Qui trovate una guida su come scoprire se una dichiarazione sia effettivamente vera o falsa.
Qui trovate un video tutorial su come smascherare le bufale.

Studio mostra che le coppie materialistiche hanno più soldi ma anche più problemi


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Traduzione di Daniel Iversen e Vincenzo Barbato.

Nuove ricerche hanno confermato l’ipotesi del testo dei Beatles e scoprendo che “il genere di cose che i soldi non possono proprio comprare” sono un matrimonio felice e stabile”.
Gli studenti della Brigham Young University hanno studiato 1734 coppie sposate del paese. Ogni coppia doveva completare un valutazione del proprio rapporto e c’era una parte in cui chiedeva quanto valore loro davano nel possedere “soldi e un mucchio di roba”.
L’analisi statistica fatta dai ricercatori ha mostrato che le coppie che hanno dichiarato che i soldi non sono importanti avevano una stabilità matrimoniale migliore del 10-15%, oltre ad altre misure della qualità del rapporto rispetto a coppie dove uno o entrambi erano materialisti.

Il futuro è Peer-to-Peer



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 Traduzione di Daniel Iversen e Vincenzo Barbato
Volevo cogliere l’opportunità per introdurvi al fantastico mondo della Peer to Peer Foundation. Questa filosofia, se scegliamo di abbracciarla, può responsabilizzarci ad iniziare una transizione.
Quando sentite le parole “peer to peer” la prima cosa che viene in mente sono i download illegali, ma questo è come pensare ai ladri di auto ogni qual volta si parli di automobili. Peer to Peer è un fenomeno, una filosofia, un universo emergente di possibilità. Ha la potenzialità di attuare il cambiamento di cui abbiamo tanto bisogno e hanno necessità di abbracciarla tutti i movimenti per un cambiamento sociale.

In poche parole questa filosofia aiuta noi, le persone, a riprendere il potere. Come disse Bucky Fuller: “Non cambierete mai le cose combattendo contro la realtà esistente. Per cambiare qualcosa, costruite un nuovo modello che faccia diventare obsoleto quello esistente”, ed è esattamente quello che fa la Peer to Peer Foundation.
Pagine su pagine di Wiki descrivono la sua vastità di applicazioni reali, tangibili e le sue soluzioni per ricostruire una società letteralmente da zero.
É coperta ogni area, dalla cultura all’educazione, dall’economia alla scienza. La maggior parte delle applicazioni segue un filo comune: il richiamo all’informazione e alla collaborazione aperta, vera democrazia.

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