La mappa non è il territorio
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Da Questo Articolo segnalato Da Christian ho deciso di aprirne un nuovo thread: Korzybski relazione mappa-territorio
Un problema collegato a questo nell’evoluzione della comunicazione riguarda l’origine di ciò che Korzybski ha chiamato la relazione mappa-territorio: il fatto che un messaggio, di qualunque genere, non consiste degli oggetti che esso denota ("La parola ’gatto’ non ci può graffiare"). Il linguaggio, piuttosto, sta con gli oggetti che denota in una relazione paragonabile a quella esistente tra la mappa e il territorio. La comunicazione enunciativa, così come si presenta a livello umano, è possibile solo in seguito allo sviluppo di un insieme complesso di regole metalinguistiche (ma non verbalizzate) che governano le relazioni tra parole e proposizioni da una parte e oggetti ed eventi dall’altra. È quindi opportuno indagare sull’evoluzione di tali regole metalinguistiche e/o metacomunicative a un livello pre-umano e pre-verbale.
Da ciò che si è detto fin qui risulta che il gioco è un fenomeno in cui le azioni di ’gioco’ sono collegate a, o denotano, altre azioni di ’non gioco’. Di conseguenza, nel gioco ci s’imbatte in un esempio di segnali che stanno per altri eventi, e quindi risulta chiaro che l’evoluzione del gioco può essere stata una tappa importante nell’evoluzione della comunicazione.
Le funzioni e gli usi comuni dell’inquadramento psicologico possono essere ora elencati e illustrati facendo riferimento alle analogie le cui limitazioni sono state indicate nel paragrafo precedente:
a) Gli inquadramenti psicologici sono esclusivi, cioè l’inclusione di certi messaggi (o azioni significative) fa sì che certi altri messaggi ne siano esclusi.
b) Gli inquadramenti psicologici sono inclusivi, cioè l’esclusione di certi messaggi fa sì che certi altri vi siano inclusi. Dal punto di vista della teoria degli insiemi, queste due funzioni coincidono, ma dal punto di vista della psicologia è necessario elencarle separatamente. La cornice intorno a un quadro, se la si considera come un messaggio inteso a ordinare o organizzare la percezione dell’osservatore, dice: Bada a ciò che è all’interno e non badare a ciò che è all’esterno " - Figura e sfondo, così come questi termini sono usati dagli psicologi della Gestalt, non sono tra loro in relazione simmetrica come l’insieme e il suo complemento nella teoria degli insiemi: la percezione dello sfondo dev’essere positivamente inibita e la percezione della figura (in questo caso, del quadro) dev’essere positivamente esaltata.
c) Gli inquadramenti psicologici sono collegati a ciò che abbiamo chiamato "premesse". La cornice di un quadro dice all’osservatore che nell’interpretare il quadro egli non deve impiegare lo stesso tipo di ragionamento che potrebbe impiegare per interpretare la carta da parati esterna alla cornice. Ovvero, in termini dell’analogia con la teoria degli insiemi, i messaggi racchiusi nella curva immaginaria sono definiti come membri di una classe in quanto essi condividono premesse comuni o godono di mutua rilevanza. Con ciò l’inquadramento stesso diviene parte del sistema delle premesse. O l’inquadramento, come nel caso del gioco, è implicato nella valutazione dei messaggi che contiene, oppure semplicemente assiste la mente dell’osservatore nella comprensione dei messaggi contenuti, ricordandogli che questi messaggi sono mutuamente rilevanti e che i messaggi fuori di quell’inquadramento possono essere ignorati.
d) Nel senso del paragrafo precedente, un inquadramento è metacomunicativo. Qualunque messaggio, che in modo esplicito o implicito definisca un inquadramento, ipso facto fornisce a chi lo riceve istruzioni o assistenza nel suo tentativo di comprenderne i messaggi contenuti.
e) Vale anche l’inverso di d): ogni messaggio metacomunicativo o metalinguistico definisce, in modo esplicito o implicito, l’insieme dei messaggi su cui comunica, cioè ogni messaggio metacomunicativo è, o definisce, un inquadramento psicologico. Ciò ad esempio è molto evidente a proposito di quei piccoli segnali metacomunicativi che sono i segni di punteggiatura in un messaggio scritto, ma vale egualmente per messaggi metacomunicativi complessi quali la definizione che lo psichiatra fornisce della parte terapeutica che egli stesso sostiene: in termini di questa definizione devono essere interpretati i suoi contributi all’intera massa di messaggi scambiati durante la terapia.
f) È necessario considerare la relazione tra inquadramento psicologico e Gestalt percettiva, e qui torna utile l’analogia con la cornice del quadro. In un dipinto di Rouault o di Blake, delle figure umane e degli altri oggetti rappresentati sono tracciati i contorni: " I savi vedono i contorni e perciò li disegnano ". Ma all’esterno di queste linee che delimitano la Gestalt percettiva o " figura", c’è uno sfondo o "fondo" che a sua volta è limitato dalla cornice del quadro. Analogamente, nei diagrammi della teoria degli insiemi l’insieme universale, dentro cui sono tracciati gli insiemi minori, è a sua volta racchiuso in una cornice. Questo doppio incorniciamento, crediamo, non è semplicemente una questione di " cornici dentro cornici ", ma un’indicazione che i processi mentali somigliano alla logica nell’aver bisogno di una cornice esterna per delimitare lo sfondo contro cui le figure devono essere percepite. Questo bisogno spesso non è soddisfatto, come capita per certe sculture nella vetrina di un robivecchi, ma ciò provoca un senso di disagio. Noi facciamo l’ipotesi che il bisogno di questo limite esterno per lo sfondo sia connesso a una certa inclinazione a evitare i paradossi dell’astrazione. Quando viene definita una classe logica, o una famiglia di oggetti - per esempio la classe delle scatole di fiammiferi - è necessario delimitare la classe di oggetti che devono essere esclusi; in questo caso, tutte le cose che non sono scatole di fiammiferi. Ma gli oggetti che devono essere inclusi nell’insieme di sfondo devono essere del medesimo grado di astrazione, cioè dello stesso ’tipo logico’, di quelli contenuti nell’insieme stesso. In particolare, se si vogliono evitare paradossi, la ’classe delle scatole di fiammiferi’ e la ’classe delle non-scatole di fiammiferi’ non devono essere considerate elementi della classe delle non-scatole di fiammiferi. (anche se è chiaro che questi due oggetti non sono scatole di fiammiferi). Nessun insieme può essere elemento di se stesso. La cornice del quadro, allora, poiché delimita uno sfondo, è qui considerata come rappresentazione esteriore di un inquadramento psicologico di tipo molto particolare e importante, di una cornice cioè la cui funzione è quella di delimitare un tipo logico. In effetti è questo il significato di ciò che si è detto sopra, che la cornice del quadro è per l’osservatore un’istruzione a non estendere le premesse che vigono tra le figure dentro il quadro alla carta da parati che gli sta dietro.
Tuttavia è proprio questo tipo di cornice che fa scaturire il paradosso. La regola per evitare i paradossi esige che gli oggetti esterni a qualunque curva chiusa siano dello stesso tipo logico di quelli interni, ma la cornice del quadro, come si è analizzato sopra, è una linea che separa oggetti di un tipo logico da oggetti di un altro tipo. ~ interessante osservare di passaggio che non si può enunciare la regola di Russell senza contravvenirla: Russell richiede che tutti gli oggetti di tipo logico inappropriato
siano esclusi (mediante una curva immaginaria) dallo sfondo di qualsiasi classe; cioè egli pretende che si tracci una curva immaginaria proprio del tipo che egli vieta.
Tutta questa faccenda di cornici e paradossi può essere illustrata in termini di comportamento animale, nel quale si possono riconoscere o dedurre tre tipi di messaggio: a) messaggi della specie che qui chiamiamo segni di umore; b) messaggi che simulano segni di umore (nel gioco, nella minaccia, nell’istrionismo, ecc.); e c) messaggi che permettono al ricevente di distinguere tra segni di umore e gli altri segni che gli somigliano. Il messaggio ’Questo è gioco’ è del terzo tipo; esso informa il ricevente che certe mordicchiature e altre azioni significative non sono messaggi del primo tipo.
Il messaggio ’Questo è gioco’ istituisce dunque un inquadramento del tipo che fa scaturire facilmente un paradosso: è un tentativo di distinguere o di tracciare una linea tra categorie di tipo logico diverso.
Questa discussione sul gioco e sugli inquadramenti psicologici instaura una sorta di costellazione (o sistema di relazioni) triadica fra i messaggi. Un esempio di tale costellazione è stato analizzato al paragrafo 19, tuttavia è evidente che costellazioni di questo tipo non s’incontrano solo a livello non-umano, ma anche nella molto più complessa comunicazione tra esseri umani. Così una fantasia o un mito possono simulare una narrazione enunciativa e per discriminare tra questi due tipi di discorso gli uomini usano messaggi che istituiscono cornici, e così via.
Si giunge, in conclusione, al difficile compito di applicare quest’impostazione teorica al particolare fenomeno della psicoterapia. A questo punto le linee del nostro pensiero possono essere riassunte nel modo più conciso presentando e parzialmente risolvendo i problemi seguenti:
a) Vi è qualche indicazione che certe forme di psicopatologia siano caratterizzate in modo specifico da anormalità nel modo in cui il paziente tratta gli inquadramenti e i paradossi?
b) Vi è qualche indicazione che le tecniche psicoterapiche dipendano necessariamente dal modo di trattare gli inquadramenti e i paradossi?
c) É possibile descrivere lo svolgimento di una data psicoterapia in termini dell’interazione fra l’uso anormale degli inquadramenti da parte del paziente e la loro manipolazione da parte del terapeuta?
In risposta alla prima domanda, sembra che l’ ’insalata verbale’ della schizofrenia possa essere descritta in termini dell’incapacità da parte del paziente di riconoscere la natura metaforica delle sue fantasie. In quelle che dovrebbero essere costellazioni triadiche di messaggi, il messaggio delimitatore (per esempio la frase ’come se’) è omesso, e la metafora o la fantasia è narrata e impiegata in una maniera che sarebbe adeguata se la fantasia fosse un messaggio di specie più diretta. L’assenza dell’incorniciatura metacomunicativa, che è stata notata nel caso dei sogni (15), è caratteristica delle comunicazioni dello schizofrenico durante la veglia. Alla perdita della capacità di costruire cornici metacomunicative si accompagna anche una perdita della capacità di formulare messaggi più primari o primitivi; la metafora è trattata direttamente come un messaggio di tipo più primario. (Questo argomento è discusso più ampiamente nel lavoro presentato a questo convegno da Jay Haley).
La dipendenza della psicoterapia dai modi in cui sono trattati gli inquadrarnenti segue dal fatto che la terapia è un tentativo di mutare le abitudini metacomunicative del paziente. Prima della terapia, il paziente pensa e agisce in base a un insieme di regole per la costruzione e la comprensione dei messaggi; dopo una terapia riuscita, il paziente opera in base a un diverso insieme di regole. (In generale, regole di questo tipo non vengono verbalizzate e restano inconscie, sia prima sia dopo). Ne segue che, nello svolgimento della terapia, dev’essersi svolta comunicazione a un livello meta rispetto a queste regole; dev’essersi svolta comunicazione su un cambiamento delle regole.
Ma una siffatta comunicazione relativa al cambiamento non potrebbe in alcun modo verificarsi mediante messaggi del tipo permesso dalle regole metacomunicative del paziente, così com’erano prima o come sono dopo la terapia.
È stata avanzata, sopra, l’ipotesi che i paradossi del gioco siano caratteristici di una fase evolutiva; qui avanziamo l’ipotesi che paradossi simili siano un ingrediente necessario di quel processo di cambiamento che chiamiamo psicoterapia.
In effetti la somiglianza tra il processo terapeutico e il fenomeno del gioco è profonda: ambedue avvengono all’interno di una cornice psicologica limitata, limite spazio-temporale di una classe di messaggi interattivi; tanto nel gioco quanto nella terapia i messaggi stanno in una relazione speciale e peculiare con una realtà più concreta o basilare. Proprio come lo pseudo-combattimento del gioco non è combattimento reale, così lo pseudo-amore e lo pseudo-odio della terapia non sono amore e odio reali. Il " transfert è distinto dall’amore e dall’odio reali da segnali che si richiamano alla cornice psicologica, e in effetti è quest’inquadramento che permette al transfert di raggiungere la sua piena intensità e di essere discusso tra paziente e terapeuta.
Le caratteristiche formali della vicenda terapeutica possono essere illustrate mediante la costruzione di un modello in più fasi. Immaginiamo dapprima due giocatori che iniziano una partita a canasta secondo un normale insieme di regole. Finché queste regole vigono e non sono contestate dai due giocatori, il gioco non muta, cioè non interviene alcun cambiamento terapeutico. (In effetti molti tentativi terapeutici falliscono per questo motivo). Possiamo immaginare, tuttavia, che a un certo punto i due giocatori di canasta sinettano di giocare e intavolino una discussione sulle regole. Il loro discorso è ora di un tipo logico diverso da quello del loro gioco; possiamo immaginare che, alla fine della discussione, essi si rimettano a giocare, ma con regole diverse.
Questa successione di eventi, tuttavia, è ancora un modello imperfetto dell’interazione terapeutica, per quanto illustri il nostro convincimento che la terapia implichi di necessità una combinazione di tipi logici di discorso tra loro diversi. I nostri giocatori immaginari hanno evitato il paradosso separando la discussione sulle regole dal gioco; ed è proprio questa separazione che è impossibile in psicoterapia. A nostro modo di vedere, la vicenda psicoterapica è un’interazione incorniciata tra due persone, in cui le regole sono implicite, ma suscettibili di cambiamento. Un tale cambiamento può essere proposto solo da un’azione sperimentale, ma una qualunque azione siffatta, in cui sia implicita una proposta di cambiamento delle regole, è essa stessa parte del gioco che si sta svolgendo. È da questa combinazione di tipi logici all’interno del singolo atto significativo che la terapia assume il carattere non di un gioco rigido com’è la canasta, ma al contrario di un sistema d’interazione che si evolve. Il gioco dei gattini o delle lontre ha questo carattere.
Allo stato attuale delle cose, si può dire molto poco sulla relazione specifica tra il modo in cui il paziente tratta le cornici e il modo in cui le manipola il terapeuta. Può essere tuttavia indicativo osservare che la cornice psicologica della terapia è analoga al messaggio che istituisce l’inquadramento e che lo schizofrenico è incapace di esprimere. Fare uso dell’ ’insalata verbale’ nella cornice psicologica della terapia è, in un certo senso, un fenomeno non patologico: in effetti il nevrotico è incoraggiato a far proprio questo, narrando i suoi sogni ed esprimendo le sue libere associazioni, in modo che paziente e medico possano giungere a una comprensione di questo materiale. Attraverso il procedimento dell’interpretazione, il nevrotico è condotto a inserire la clausola ’come se’ nelle produzioni del suo processo primario, produzioni che egli aveva prima riprovato o represso. Il paziente deve imparare che la fantasia contiene verità.
Per lo schizofrenico il problema è alquanto diverso. Il suo errore consiste nel trattare le metafore del processo primario come se esse possedessero la piena intensità della verità letterale. Attraverso la scoperta di ciò per cui stanno queste metafore, egli deve scoprire che si tratta solo di metafore.
Dal punto di vista del nostro progetto, tuttavia, la psicoterapia è solamente uno dei molti campi che stiamo cercando di investigare. La nostra tesi principale può essere riassunta in un’affermazione della necessità dei paradossi dell’astrazione. L’ipotesi che gli uomini potrebbero o dovrebbero obbedire alla Teoria dei tipi logici nelle loro comunicazioni non sarebbe solo cattiva storia naturale; se non obbediscono alla Teoria non è solo per negligenza o per ignoranza. Riteniamo, viceversa, che i paradossi dell’astrazione debbano intervenire in tutte le comunicazioni più complesse di quelle dei segnali di umore, e che senza questi paradossi l’evoluzione della comunicazione si arresterebbe. La vita sarebbe allora uno scambio senza fine di messaggi stilizzati, un gioco con regole rigide e senza la consolazione del cambiamento o dell’umorismo.
Grande Wakin Life! :D Lo avevo visto proiettato in univ qui a Verona...
La distinzione mappa-territorio, partendo da concetti psicologici, ha collegamenti molto interessanti con la teoria della conoscenza (epistemologia)
Ho trovato un testo molto più semplice da leggere, riguardo alla relazione M-T
La mappa non è il territorio e il nome non è la cosa designata
Questo principio, reso famoso da Alfred Korzybski, opera a molti livelli. Esso ci ricorda in termini generici che quando pensiamo alle noci di cocco o ai porci, nel cervello non vi sono né noci di cocco né porci. Ma in termini più astratti la proposizione di Korzybski asserisce che sempre quando c'è pensiero o percezione oppure comunicazione sulla percezione vi è una trasformazione, una codificazione, tra la cosa comunicata, la Ding an sich, e la sua comunicazione. Soprattutto, la relazione tra la comunicazione e la misteriosa cosa comunicata tende ad avere la natura di una classificazione, di un'assegnazione della cosa a una classe. Dare un nome è sempre un classificare e tracciare una mappa è essenzialmente lo stesso che dare un nome.
Tutto sommato, Korzybski parlava da filosofo e cercava di convincere gli altri a disciplinare il loro modo di pensare. Ma era una battaglia perduta in partenza. Quando passiamo ad applicare la sua massima alla storia naturale dei processi mentali umani, la cosa non è più così semplice. Forse la distinzione tra il nome e la cosa designata, o tra la mappa e il territorio, è tracciata in realtà solo dall’emisfero dominante del cervello. L'emisfero simbolico o affettivo, di solito quello destro, è probabilmente incapace di distinguere il nome dalla cosa designata: certo esso non si occupa di questo genere di distinzioni. Accade quindi che certi tipi di comportamento non razionale siano necessariamente presenti nella vita dell'uomo. È un fatto che noi abbiamo due emisferi, e da questo fatto non possiamo prescindere. È un fatto che questi due emisferi operino in modo un po' diverso l'uno dall'altro e non passiamo sfuggire alle complicazioni che questa differenza comporta.
Con l'emisfero dominante possiamo considerare, ad esempio, una bandiera come una sorta di nome del paese o dell’organizzazione che essa rappresenta. Ma l'emisfero destro non fa questa distinzione e considera la bandiera sacramentalmente identica a ciò che essa rappresenta. Così «Old Glory» è gli Stati Uniti: se qualcuno la calpesta, può esserci una reazione di rabbia. E questa rabbia non la si diminuisce spiegando le relazioni tra mappa e territorio. (Dopo tutto chi calpesta la bandiera la identifica a sua volta con ciò che essa rappresenta). Ci saranno sempre e necessariamente moltissime situazioni in cui la reazione non è guidata dalla distinzione logica tra il nome e la cosa designata.
Non esiste esperienza oggettiva
Ogni esperienza è soggettiva. Questo non è che un corollario di ciò che viene discusso nel paragrafo IV: che è il nostro cervello a costruire le immagini che noi crediamo di “percepire”.
È significativo che ogni percezione - ogni percezione conscia - abbia le caratteristiche di un'immagine. Un dolore è localizzato in una parte del corpo: ha un inizio, una fine e una collocazione, e si evidenzia su uno sfondo differenziato. Queste sono le componenti elementari di un’immagine. Quando qualcuno mi pesta un piede, ciò che esperimento non è il suo pestarmi un piede, ma l’immagine che io mi faccio del suo pestarmi il piede, ricostruita sulla base di segnali neurali che raggiungono il mio cervello in un momento successivo al contatto del suo piede col mio. L'esperienza del mondo esterno è sempre mediata da specifici organi di senso e da specifici canali neurali. In questa misura, gli oggetti sono mie creazioni e l'esperienza che ho di essi è soggettiva, non oggettiva.
Tuttavia, non è banale osservare che pochissimi, almeno nella cultura occidentale, dubitano dell'oggettività di dati sensoriali come il dolore o delle proprie immagini visive del mondo esterno. La nostra civiltà è profondamente basata su questa illusione.
Forse Luciano, che ne sa di antropologia, ne avrebbe da dire su questo tema :)
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con discrezione, senza troppo rumore vi mostrerò come la realtà sia più complessa di quanto crediamo ...AliceCosaScoprirai?